Friday, October 03, 2014 8:52:00 AM

Per cercare di migliorare la  propensione ai  consumi, in questi ultimi giorni è riapparsa l’ipotesi di inserire in busta paga il 50 per cento  del  trattamento di fine rapporto (Tfr)  in maturazione ( se non l'intero importo). Diciamo riapparsa perché la proposta non è nuova ma non ha trovato, nelle precedenti occasioni, il consenso necessario per la realizzazione.

Anche ora le perplessità arrivano sia dai rappresentanti dei lavoratori che da quelli delle imprese, soprattutto le piccole.  I primi non dimenticano che si tratta di anticipare l’erogazione di una parte di retribuzione differita a cui, soprattutto negli ultimi anni era stato affidata la speranza di costruire il terzo pilastro pensionistico che andasse ad affiancare le prestazioni del sistema pubblico. I secondi, invece, temono  soprattutto l’ulteriore perdita di liquidità in tempi non certo facili per le imprese,

Dell’operazione prospettata si sa veramente troppo poco per azzardare commenti,  si possono però valutare gli impatti che una ipotesi di questo tipo potrebbe avere, sia per i lavoratori che per i datori di lavoro.

Una prima riflessione scaturisce dall’ambito applicativo dell’operazione, dalla quale sembrerebbero  esclusi, almeno nella prima fase, i lavoratori del pubblico impiego, nei confronti dei quali  permane il doppio regime del trattamento di fine rapporto e del trattamento di fine servizio, calcolato quest’ultimo con regole del tutto diverse dal primo. Per definizione resterebbero esclusi anche tutti gli importi che, per scelta del lavoratore o per obbligo di legge, sono stati conferiti alla previdenza complementare, compresi quindi i versamenti al Fondo di tesoreria a cui sono obbligati i datori di lavoro con oltre 50 dipendenti,  Destinatari della misura rimarrebbero, quindi, i dipendenti delle aziende che non superano questo limite e che hanno lasciato il trattamento di fine rapporto in azienda. Sul tema  vanno tuttavia considerate  le ben note  difficoltà delle piccole imprese ad ottenere fondi dalle Banche e l’operazione, è guardata con timore.

Una seconda riflessione deriva dalla natura del TFR, al quale è stata riconosciuta una prevalente funzione previdenziale che consente di sottrarlo alla contribuzione e  di assoggettarlo a tassazione separata con una particolare modalità di calcolo dell’aliquota che è, di regola, inferiore sia a quella ordinaria, progressiva,  che  a quella applicata separatamente  in caso di erogazione di  arretrati di retribuzione. 

Appare evidente che l’erogazione in busta paga, sia essa mensile che con altra periodicità, del TFR fa venire meno la natura previdenziale dello stesso e la tassazione più favorevole può essere mantenuta solo a condizione che a tali erogazioni venga espressamente riconosciuta la natura di “anticipazioni”, in deroga alle regole codicistiche. Questa opzione è, però, foriera di forti complicazioni gestionali e contabili per il datore di lavoro, in quanto trattandosi, appunto, di anticipazioni, la loro erogazione e la relativa tassazione è del tutto provvisoria ed occorre riprenderla e renderla definitiva  al momento della cessazione del rapporto di lavoro, momento in cui sorge l’effettivo diritto del lavoratore a percepire il TFR.

A tutto ciò si aggiunge che, per quanto è dato sapere, la scelta spetterebbe comunque al lavoratore che, per effettuarla in maniera  consapevole dovrà essere adeguatamente  informato. La memoria corre all’entrata in vigore del Dlgs.n.252/2005 in materia di previdenza complementare ed al proliferare di comunicazione e di corrispondenza che ne sono derivate.

E’ di tutta evidenza che l’importo che potrebbe andare in busta paga è tanto maggiore quanto più è elevata la retribuzione (lorda).  L’accantonamento per TFR è, infatti, pari alla retribuzione lorda annua diviso 13,5. Un calcolo veloce può essere pertanto fatto applicando il 6,91 per cento alla retribuzione mensile e dividendo per due. Per esempio, ad una retribuzione lorda mensile di 1.800 euro corrisponderebbe una  erogazione mensile in susta paga  di circa 62 euro lordi, che con l’applicazione dell’aliquota  fiscale   minima del 23 per cento si ridurrebbero ad un netto di circa 48 euro.

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